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Come NON si fa una startup: Istruzioni da NON utilizzare.

Marzo 2010, di ritorno da una breve vacanza a New York ho tra le mani Entrepreneur un noto magazine il cui titolo è più che esaustivo. Al suo interno trovo un articolo che parla di Groupon e del suo modello (quando ancora era basato sul tipping point per abilitare il deal) e rimango incantato. Mi sembrava geniale, una cosa del genere poteva funzionare perfettamente anche in Italia. Università finita lavoro part-time e progetti su commessa perchè non mi andava di infilarmi a fare stage post-lauream in grandi aziende software.. sai che quasi quasi provo a farlo anche io?

Premesse:

  1. non sapevo neanche come si scriveva “Startup”
  2. all’non avevo minimamente un network di persone che lavorassero su prodotti web e startup con cui confrontarmi
  3. non avevo idea a cosa andavo incontro ma I didnt give a fuck!

La cosa buona in questo caso è che qualsiasi passo fai, giusto o sbagliato che sia, sarà sempre un momento formativo per capire come funzionano questo genere di cose. Il rovescio della medaglia del non sapere cosa conta veramente all’inizio, è che si cerca di fare tutto insieme, senza una strada pianificata o cominciando dalla parte sbagliata. Questo porta facilmente ad un progetto mal realizzato, che fa svanire l’entusiasmo dell’impresa e comporta anche una discreta perdita di soldi su elementi che non portano la tua startup a prendere vita come dovrebbe.

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E cosi hai un’ idea geniale per un app eh?

Negli ultimi due mesi, dopo essere stato intervistato da Millionaire in un dossier riguardante l’app-economy in merito a cosa sia, quali opportunità offre e in che modo avvicinarla, ho ricevuto con piacere diversi contatti. Tutte persone che, interessatesi all’articolo, avevano delle idee da realizzare o erano interessate ad fare uso di un app per ingrandire un business pre-esistente.

In occasione di un seminario online per un editore avevo trattato i temi principali riguardanti l’universo delle app riassunti in un precendete post, questa volta invece vorrei utilizzare un approccio più pratico. Quasi tutti i “non adetti ai lavori” che mi hanno contattato hanno fatto domande incredibilmente simili evidenziando come alcuni aspetti e criticità di questo mondo non siano facilmente identificabili.

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Le rivolte ai tempi dei SocialMedia parte 1: LondonRiots, Tunisia ed Egitto, aspettando la Cina.

#Londonriots.

Uno dei più recenti trending topic su Twitter in questi giorni, sinonimo di rivolte e disordini ma allo stesso tempo ennesima espressione delle incredibili potenzialità di unire le persone degli strumenti sociali online. E’ ben più che una tendenza o un momento di passaggio, le persone che si connettono (verbo più che mai significativo, dalla doppia valenza) sono sempre di più, in questi mesi la primavera araba ha messo tutti nella posizione di chiedersi quali effetti la tecnologia e i social media producano su comunità unite da un obiettivo comune.

È Twitter è una delle principali risorse online per tenersi aggiornati su quanto accade nel mondo ed ha svolto un ruolo fondamentale nelle proteste che hanno scosso il mondo arabo e il Medio Oriente. Prima in occasione dei primi focolai scoppiati in Egitto e in Tunisia, poi si è rivelata una fonte di informazione anche per seguire l’evolversi degli scontri e delle rivolte che hanno e stanno tutt’ora infiammando la Libia e che si sono manifestate anche in Algeria, Marocco e Yemen.

Non c’è dittatura che tenga: il messaggio abbatte la censura, aggira filtri e blocchi, ispira proteste e sostengono la ribellione di popoli oppressi dai despoti più agguerriti. Come per l’Egitto, per la Tunisia, per l’Iran e così per la Libia, con le dovute differenze, il fattore comune è unico. La protesta può arrivare ovunque anche dove non è consentito comunicare.

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Community management: come gestire i commenti negativi?

Il mondo dei socialmedia ha portato ad un aumento esponenziale dei canali di comunicazione e, di conseguenza, delle occasioni di interagire in una conversazione con altri utenti. Nella maggior parte dei casi ci si trova a confrontarsi in modo educato e rispettoso anche su argomenti delicati ma la possibilità che la discussione si accenda e assuma toni più elevati non va mai esclusa. In questi momenti è bene non lasciarsi trascinare dall’istinto e agire in modo ragionato, tutto quello che scrivete permane nella rete a tempo intederminato ed è sotto gli occhi di un pubblico molto ampio. Il caso di Patrizia Pepe di qualche mese fa è uno dei più eclatanti accaduti recentemente in cui dei commenti da parte di due fan a seguito di un post sulla pagina pubblica del brand di moda è degenerato in una discussione che non ha fatto fare bella figura ai gestori della pagina e al marchio stesso.

Come evitare situazioni spiacevoli come questa? Bhè, non credo ci sia la formula magica per farlo ma di certo con un può di buon senso ed un approccio rispettoso si può evitare di diventare il prossimo caso “Patrizia Pepe”.
Quindi a cosa conviene prestare attenzione quando c’è da tenere testa e confrontarsi su critiche che ci arrivano in modo diretto? Come prevenire che le discussioni degenerino o intacchino la nostra reputazione?

Nel caso di forum o gruppi (come quelli di Facebook o Linkedin) di nostra gestione è bene agire a monte del problema e chiarire le cose sin dal principio. La cosa migliore da fare è di rendere nota e ben visibile la Netiquette a cui attenersi (vedi quella degli indigeni digitali) sottolineando che attacchi personali, offese dirette e turpiloquio non sono i benvenuti.

Discutere pubblicamente online:

Il rischio di scontrarsi in discussioni o di trovarsi a dover far notare a qualcuno che il suo comportamento non è dei migliori è però sempre presente. La cosa fondamentale in questi casi è quella di non rispondere di getto ma ragionare su cosa conviene dire e come, rileggete il messaggio “incriminato” per accertarvi di non aver frainteso nulla. Se vengono pubblicate informazioni che ci riguardano direttamente e sono sbagliate o non proprio corrette, cercate semplicemente di rispondete spiegando come stanno in realtà le cose o come sono dal vostro punto di vista.

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Poke the web: Costruirsi un personal brand su Facebook.

Continuo la serie di post dedicati al personal branding e questa volta cerco di raccontare come ho fin’ora usato Facebook per questo scopo senza dover sconvolgere troppo il modo principale con cui ho iniziato ad usarlo, ovvero tenermi in contatto e scambiare foto, momenti e ricordi con i miei amici.
Facebook è un ambiente perfetto in cui possiamo tracciare con cura una immagine chiara e dettagliata di chi siamo, cosa facciamo e cosa ci piace.

E’ importante avere un profilo completo in tutte le sue parti, nell’ultimo restyling effettuato dal gigante blu è stata posta un’enfasi molto più forte sulle informazioni personali, quindi preoccupatevi di mettere in chiaro il vostro titolo di studi, specializzazione e attuale impiego.
Non dimenticate di segnare il vostro blog o altri i siti web in vostro possesso e i vostri profili su altre piattaforme social nella sezione dedicata ai contatti.

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Poke the web: Costruirsi un personal brand, Twitter.

Questo post è il secondo di una brevissima serie che ho intitolato “Poke the web”, nel primo avevo introdotto i motivi per i quali conviene curare il proprio personal brand online parlando di uno degli strumenti basilari per farlo, il blog. Seguendo la scaletta dell’Ignite da cui nasce questa serie di post vi parlo del secondo strumento fondamentale per costruire la propria reputazione sul web, Twitter.

Twitter, la celebre piattaforma di microblogging ormai affermatasi come news network è il luogo migliore in cui condividere risorse, link e contenuti e allo stesso tempo trovare altri utenti che condividono i nostri interessi. Professionisti di tutto il mondo (probabilmente di ogni settore lavorativo immaginabile) quotidianamente condividono quotidianamente articoli, consigli ed esperienze personali che si rilevano spesso utili e preziose per tutti chi lavora o semplicemente si interessa del loro settore.
Con più di 100 milioni di utenti, le possibilità di networking sono pressochè infinite e entrare in contatto e partecipare a conversazioni con persone nuove ogni giorno è un altro eccellente strumento per curare il proprio personal brand online.

Essenzialmente è una piattaforma di microblogging, motivo per cui si possono applicare le stesse regole e principi che si usano quando si opera con i blog tradizionali, e quindi twittando e scrivendo costantemente in merito alle nostre conoscenze di uno specifico argomento, inizieremo ad essere visti come persone specializzate in esso e gli altri utenti interessati inizieranno a gravitare intorno a noi e a seguirci aumentando così il nostro potere comunicativo.

Come usarlo?

Prendo in prestito un frammento di un post di Luca Alagna (@ezekiel):
Twitter è mediamente più coinvolgente di Facebook perchè invita a una partecipazione più attiva.
si possono scegliere implicitamente almeno due livelli di partecipazione: come editori o come lettori.
Nel primo caso si può scegliere di contribuire attivamente al flusso di notizie (ribadisco, non necessariamente quelle giornalistiche), nel secondo si può decidere di essere prevalentemente lettori e diffusori (che non significa inattività o non scrivere mai nulla, è solo un tipo di impegno più moderato).

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