Identita’, amici ed estranei fidati nel web sociale.

Qualche giorno fa ho assistito ad un breve spot prodotto da non ricordo quale Ministero che raccontava una storia di cui si poteva immaginare la fine già dopo i primi 2 secondi di filmato. Purtroppo non lo trovo online per mostrarvelo ma posso brevemente raccontarvi che durante il filmato si vedeva una giovane ragazza che conosce un ragazzo su Facebook, inizia a scambiarsi dei messaggi con questo tipo fino a quando un giorno non decidono di incontrarsi e lui si rivela decisamente “poco galante”. La storia è a lieto fine e la ragazza viene salvata ma secondo me il modo in cui vengono ritratti gli strumenti sociali al pubblico televisivo (gran parte del quale è decisamente distante dall’avere una conoscenza completa di queste realtà) è sbagliato.

Nonostante ci sia molto da discutere su come alla TV tradizionale e al sistema di informazione legato ad essa (in particolare quella del belpaese) faccia gioco “remare contro” il web, vedere quello spot mi ha invogliato a tentare di chiarire un po’ ciò che riguarda le nostre identità digitali e il modo in cui nascono e vengono gestite relazioni personali e professionali (vecchie o nuove che siano) nel web sociale, questo perchè credo che ci sia ancora molta confusione in merito all’argomento.

Alzi la mano chi da piccolo non si è mai sentito dire “Non accettare caramelle dagli sconosciuti”? Gli sconosciuti, queste figure oscure che hanno suggestionato i piccoli di innumerevoli generazioni, e che da adulti ancora ricordiamo bene.
Cosa cambia però ai tempi dei Social Network? Chi siamo noi sul web? Quali sono questi sconosciuti che vanno temuti ammesso che ci sia veramente tutta questa possibilità di incontrarli?

Come prima cosa chiariamo il fatto che anche se siamo sul Web siamo sempre noi. Essere dietro un computer, uno smartphone o un tablet non fa differenza. Lo stesso vale per tutti coloro che incontriamo sulla rete, quando ci si trova connessi a Twitter, Facebook o Linkedin (per citare i più celebri), per molti è ancora facile dimenticare che ci troviamo di fronte ad altre persone ne più e ne meno di quando siamo fisicamente ad una festa o a lavoro.
Nell’incontro di due persone sono cambiate la dimensione ed il luogo ma non l’essenza.

Le piattaforme sociali e gli strumenti che utilizziamo per connetterci sono solo dei canali di comunicazione, non maschere, e i tentativi di utilizzarli come quest’ultimo scopo hanno ben poche probabilità di riuscita.
Anche nell’era di Facebook abbiamo una “prima impressione” di qualcuno in modo analogo a quella che ci facciamo quando incontriamo qualcuno di persona per la prima volta.
Personalmente quando mi capita di imbattermi in un nuovo profilo sociale di qualcuno le prime cose che faccio sono:

  • Il profilo rappresenta una persona reale? Io prediligo di gran lunga chi ci mette la faccia e il suo vero nome rispetto a chi usa illustrazioni, cartoni animati e nickname.
  • C’è modo di contattarli direttamente? Sono pubblicati contatti personali come numero di cellulare o l’indirizzo email?
  • A quando risale la sua ultima attività? Frequenza, consistenza e costanza di aggiornamento sono spesso sinonimi di autenticità di un profilo.
  • Quanto e come dialogano con gli altri contatti?

Cosa cambia:

Credo che la maggior parte delle persone debba ancora prendere coscienza di alcuni fattori principali:

1) Le nostre identità sono e saranno salvate e condivise in modo molto più accessibile al pubblico. E’ una nuova forma di immagine pubblica che abbiamo e che ad oggi ci rappresenta probabilmente più di ogni altra cosa vista la sua esposizione e la semplicità con cui la si può trovare. Non è un segreto che la maggior parte delle persone che lavorano nelle divisioni risorse umane delle aziende, quando ricevono un curriculum la prima cosa che fanno è cercare il vostro profilo facebook e simili per farsi una migliore idea del candidato.

2) L’ abbattimento di quella barriera invisibile creata dall’imbarazzo o timidezza nel presentarsi ad un estraneo nel mondo reale. Quante volte avete ricevuto richieste di amicizia da persone che realmente non conoscete? Vi è capitato mai di incontrare al di fuori del web qualcuno che avete tra i vostri amici di Facebook che personalmente non conoscete e non salutarlo / non venire salutati? Qualsiasi social network permette di stabilire relazioni in modo semplice e diretto ma la cosa secondo me veramente importante è che non proviamo nè imbarazzo nel ricevere una richiesta di amicizia da uno sconosciuto nè ci sembra un atteggiamento fuori luogo. Forse perchè non abbiamo la persona fisicamente di fronte a noi, forse perchè sul social web da sempre le cose funzionano così, ma questo ha un impatto incredibile sul nostro modo di stringere nuove conoscenze.

Immaginate se dopo esserci incontrati una sola volta di sfuggita in un posto venissi a suonarvi alla porta chiedendovi di diventare amici. Io non sarei mai in grado di fare del male ad una mosca probabilmente la vostra prima reazione sarebbe quella di chiamare le forze dell’ordine piuttosto che invitarmi in casa, chiacchierare e permettermi di vedere le vostre foto personali esposte in giro per l’appartamento no?

3) Ci troviamo nell’era della conversazione, la rete ci pone tutti sullo stesso livello e questo significa che noi, il nostro datore di lavoro, amici, familiari possiamo incontrare in qualsiasi momento perfetti sconosciuti provenienti da qualunque parte del mondo che potrebbero essere nostri clienti (o potenziali tali), semplici contatti che condividono un interesse o personaggi più o meno importanti provenienti da qualunque realtà industriale. Sicuramente in più di un caso, quelli che al momento dell’incontro sono degli estranei diventeranno per noi degli amici, o forse per essere più precisi, degli sconosciuti fidati. Delle persone su cui in un modo o nell’altro possiamo fare affidamento, dalle quali accettiamo un consiglio o da cui ci lasciamo suggerire link e argomenti di comune interesse sicuri di trovare dei contenuti di valore.

Non si può avere la certezza di evitare contatti sgradevoli, ma con un uso ragionato di questi strumenti e un po’ di buon senso non c’è proprio niente da perdere, anzi, c’è veramente molto da guadagnare!
Sono sicuro che per molti di noi è possibile trovare un caso in cui conosciamo alcuni di questi sconosciuti fidati molto meglio di “un amico di un amico” inteso alla vecchia maniera. Quando leggiamo, discutiamo, condividiamo e costruiamo le nostre connessioni e relazioni online spediamo più tempo ma tutto rimane scritto e può essere visto da chiunque.

Le nostre reti di contatti convergono:

La stragrande maggioranza dei nostri amici, conoscenti e colleghi sono presenti online con profili sociali a cui ci connettiamo senza preoccuparci troppo del fatto che sia un contatto professionale o privato. Inoltre a pensarci, il nostro ruolo o la nostra figura all’interno di un gruppo non è necessariamente la stessa per ognuno di quelli che frequentiamo, al variare delle persone con cui ci troviamo corrisponde una diversa, spontanea e quasi incosciente “configurazione” (perdonatemi il termine prettamente informatico) della nostra identità, ovvero diversi aspetti del nostro modo di essere che accentuiamo più o meno in base al tipo di persone con cui ci troviamo.
Separazioni quasi a compartimenti stagni, legate alla nostra essenza di singoli individui, che avvengono naturalmente nella vita di tutti i giorni come la cena con i colleghi del lavoro, piuttosto che il drink con gli amici con cui è cresciuti o la serata con il gruppo del circolo sportivo. In questa era di mix di profili sociali e connessioni questa differenziazione si dissolve in una nuvola di byte: gli amici di Facebook, i follower di twitter, le connessioni di linkedin, sono una fusione di amici, parenti, clienti e contatti nati dal networking.

Qual’è il risultato della trasposizione del nostre relazioni e della nostra identità online? E’ che la nostra identità online non è più la nostra identità online. E’ la nostra identità vera e propria. Dobbiamo mostrarci e presentarci online così come facciamo nella vita di tutti i giorni quando usciamo di casa e ci relazioniamo con le persone che incontriamo.

Il consiglio da parte mia è uguale a quello classico proveniente dalla retorica del mondo analogico “sii te stesso” con la coscienza che in un mondo iper-connesso questo consiglio ha un importanza ancora maggiore.
Le nostre vite professionali e private stanno convergendo più di quanto mai non lo sia mai stato in precedenza ma questo non significa la nostra identità online debba essere mascherata, anzi, è fondamentale agire esattamente come faremmo nel mondo reale perché questa non è una restrizione ma una fantastica opportunità di mostrare a tutti quanto valiamo.

Da nativo digitale forse non riesco ad avere un parere imparziale in merito ma continuo a non trovare nulla di mostruoso in questi strumenti. Vedere la pubblica amministrazione che ne mette in risalto solamente i potenziali pericoli invece di esaltarne i pregi mi fa rabbia e non so se questo accade perchè non sono in grado di capire questi strumenti o perchè non vogliono capirli. Per questo motivo per un uso responsabile e sicuro di questi sistemi basti saper adattare a questa realtà il vecchio consiglio del non accettare caramelle dagli estranei, che non vuol dire evitare ogni forma di contatto con persone sconosciute bensì cercare di capire chi si ha “di fronte” così come faremmo nella vita quotidiana offline.

Voi cosa condividete di quanto detto? Filtrate i vostri network e le vostre reti di conoscenze in base alla natura dei contatti? Qual’è lo scopo principale per cui utilizzate i vostri social network preferiti?

Vi lascio con questo divertente filmato che ironicamente proietta i comportamenti e gli atteggiamenti assolutamente normali per il mondo di Facebook nel mondo reale.

  • http://www.facebook.com/alwonttell Al Wonttell

    Purtroppo in italia c’e’ sempre stata diffidenza verso questo tipo di innovazione, a mio parere la causa e’ una diffidenza generale verso i concetti di openness e trasparenza. L’italia storicamente e’ sempre stata una terra di famiglie e clan.
    Poi c’e’ la battaglia della Tv contro i newmedia e la “spettacolarizzazione del crimine” (e lo dico sottovoce: la “promozione” della paura).
    In Olanda sperimentano Facebook per il reinserimento dei tossicodipendenti, in Inghilterra la polizia fa adv su Facebook per risolvere un caso di omicidio, anche in Italia gli appelli su Facebook hanno convinto una ragazza a tornare a casa… ma queste notizie non sono interessanti come una bella strage…

  • http://twitter.com/ilmirons Andrea Mirone

    Giuliano, ho letto con interesse il tuo articolo, ma secondo me stai semplificando forse un po’ troppo, centrando la tua analisi solo su quella che è la tua esperienza dei social network. Senza voler con questo difendere il messaggio della campagna pubblicitaria che hai citato, partendo dal presupposto che le persone “cattive” esistono e sono nella maggior parte dei casi anche furbe, ritengo falso che i media del web non siano uno strumento che possa semplificare enormemente il loro lavoro.

    Hai detto che sul web siamo sempre noi, ma liberi da una barriera di imbarazzo e timidezza che inibisce l’incontro con gli estranei. Questo termine “barriera” mi ha colpito molto, perché il mio punto di vista è radicalmente diverso: non abbiamo perso una barriera, ne abbiamo guadagnata una, o meglio abbiamo guadagnato un filtro. Quando incontriamo dal vivo una persona valutiamo un sacco di dettagli, in modo più o meno conscio: come è vestita, il suo portamento, il tono della voce, lo sguardo, come gesticola… tutto ciò sul web è per forza di cose filtrato. Non c’è storia, non passa. Ci troviamo quindi senza la maggior parte degli elementi che l’uomo ha sempre usato per la costruzione della sua “prima impressione”. Cosa usiamo quindi? Ciò che una persona scrive di sé. E qui si introduce un altro filtro (“imbellettante”): ciascuno infatti dovendosi presentare tende a mettere avanti gli aspetti di sé che ritiene più interessanti, trascurando o, nella peggiore delle ipotesi, falsificandone altri. Sta bene, questo avviene ogni giorno anche nel “mondo reale”. Ma nel web, come già accennato, non parlo di me, scrivo di me. Scelgo frasi, parole, concetti, per descrivere al meglio al mio lettore il’idea che ho in testa. Non sono nel ritmo incalzante di una conversazione vis a vis, ho tempo per formulare i miei messaggi e valutare come sono stati recepiti. Tutto questo secondo me è più che abbastanza per aumentare enormemente l’efficacia di un malintenzionato che voglia circuire una persona ed è secondo me alla base dell’altro fenomeno di cui tu parli, il livellamento: siamo tutti sullo stesso livello perché siamo tutti filtrati con lo stesso filtro e tutti con le stesse possibilità di connessione. Essere tuo amico su facebook piuttosto che del ragazzo di Singapore che ha scritto un articolo interessante sul suo blog richiede sempre solo due click. Quanto possono essere diversi due giornalisti che vivono nello stesso contesto e scrivono sugli stessi argomenti, giudicando solo sulla base dei loro articoli? Comincerò a distinguere delle persone diverse dietro quegli articoli quando gli autori cominceranno a inserire in essi riferimenti alla loro vita quotidiana, sottolineeranno un certo approccio o giudizio verso una qualche questione, ma questo avverrà solo se loro lo vorranno e per quanto loro vorranno.

    Quest’ultima considerazione ci porta all’ultimo cambiamento che hai citato: le nostre identità virtuali sono salvate e condivise in modo molto più accessibile al pubblico. E il pubblico è estremamente eterogeneo. Penso allora che oltre ai già citati “filtro fisico”, e “filtro imbellettante” ci sia un ulteriore filtro: non sapendo chi mi andrà a leggere (o sapendo che il mio profilo sarà letto da qualche uomo dell’HR di una società dove vorrei entrare), mantengo un basso profilo: non esprimo opinioni troppo radicali, magari evito anche del tutto certi argomenti (e magari dò anche di matto se qualche amico ne parla sul mio wall/bacheca/similia). Insomma, le nostre personalità sul web sono nella migliore delle ipotesi parziali, spesso anche distorte. Potrei scrivere ancora un sacco di roba, ma già mi sembra troppo per un commento… …alla prossima!

  • Giulia Devani

    penso che tu abbia ragione su tutti i punti, ma che bisogna tener presente che non tutti i ragazzini, anche se nativi digitali, hanno gli strumenti per affrontare certi pericoli. Ovviamente io non sono per la repressione, ma per educare a usare gli strumenti e visto che, molto spesso, gli insegnanti sono lontani da certi mondi bisognerebbe partire proprio da loro. Nella nostra discussione su FB tu mi hai detto se mi riferivo a ragazzini di 7-12 anni perché nello spot la ragazza ha circa 16 anni: ovviamente l’educazione va iniziata presto, ma sono convinta (anche per esperienza personale) che molti ragazzi anche più grandicelli non abbiano piena consapevolezza di cosa significa mettere la propria vita in digitale. Ovviamente questo vale anche per gli adulti, ma in questo caso il grado di responsabilità e autonomia è diverso.

  • http://giulianoiacobelli.com Giuliano Iacobelli

    Eccomi finalmente a rispondere al tuo intervento.

    In effetti a leggere il mio post e dare un occhiata all’uso che io faccio di questi strumenti sembra che la cosa possa essere incentrata sulla mia esperienza. Però, a guardarmi intorno, più che vedere un uso di questi strumenti diverso dal mio ne vedo uno più contenuto.

    Parli di filtri guadagnati a monte dell’instaurazione di una relazione ma non sono molto d’accordo, semplicemente questi strumenti devono finire di maturare sia nella forma che nell’utilizzo. Le persone stanno lentamente adottando le varie funzioni del web sociale, in principio era la chat, un ambiente il cui presupposto era prendere parte con un nickname, una maschera, non ricordo nessuno su IRC, ICQ o qualsiasi altro sistema che “ci mettesse la faccia”. Poi arriva Msn, i contatti te li aggiungevi da te ed erano sempre fidati a monte, il tuo network era costituito prettamente da persone che già conoscevi e molti utenti usavano il loro nome personale, comunicavano broadcast stati d’animo con lo status e avevano una foto che li identificava, ma sopratutto era ancora un client che girava sul tuo pc, se volevi potevi staccare la spina e non farti vedere.
    Passano altri 5 anni (nel web equivale ad un era geologica) e circa più di un quarto della popolazione mondiale connessa è presente su Facebook, condivide con il mondo quello che pensa, le foto dei momenti felici, interagisce con i propri amici e si lega ai brand che ama.
    Il pubblico di Twitter si incontra per interessi comuni.
    Linkedin mi permette di farmi vedere per quello che valgo sotto il punto di vista professionale. Foursquare e tutti gli altri LBS permettono di dire chi sei in base ai posti che frequenti, fino ad arrivare a chi su Miso esegue il checkin su cosa sta guardando in Tv.

    E’ vero che più sono andato avanti e più ho citato piattaforme per early adopters ma la direzione mi sembra chiara, su internet non vedo un alter ego della nostra identità ma una vera e propria trasposizione del nostro modo di essere sotto tutti gli aspetti. Un profilo imbellettante non risulterebbe ridicolo ai tuoi amici più stretti e che solitamente sono quelli con cui si tende ad avere più interazioni, un identità di facciata non avrebbe valore per te ed il tuo network di contatti e finirebbe presto per morire. Le gambe corte delle bugie sul web sono diventate ancora più corte.

    Sia dalla parte mia che da quella dalla maggior parte dei miei contatti io vedo un uso autentico di queste strumenti, si ride e si scherza con la stessa misura di quando ci si vede dal vivo, anzi spesso noto una maggiore apertura al comunicare stati d’animo che solitamente ci si tiene per se per imbarazzo o timidezza e che invece in questo modo trovano risposta.
    Questo perchè il messaggio può essere anche codificato, lo share di una canzone può spesso avere un significato ben diverso da quello denotato (la canzone) da quello connotato (il mood della canzone).

    Questi esempi di utilizzo che vedo intorno a me credo sottolineino chiaramente che con il passare del tempo le persone (in particolari gli under 30) abbiano accettato (e stiano finendo di accettare) i profili sociali come un qualcosa che gli appartiene e li riflette da molto vicino.
    Anche il semplice fatto che spesso il primo posto dove le persone vanno a guardare se una notizia ricevuta riguardo a qualcuno è il profilo Facebook del suddetto è una chiara prova che l’attenzione si sia spostata moltissimo in questa direzione. Se faccio un checkin in un posto in cui mi trovo condividendolo su Facebook credo che il numero di persone che penseranno che quell’informazione sia falsa sia molto vicina allo zero.

    Le foto e i video in cui siamo taggati, quello che condividiamo, quello che scriviamo, quello di cui parliamo, quello che ci piace e le persone a cui siamo connesse permettono a chiunque di farsi un idea più che valida di chi siamo. I canoni con cui si prende gradualmente confidenza con una persona restano gli stessi anche se i tempi e i modi di comunicare sono stravolti.

    Tutta questo elenco di fatti (scritti di getto quindi perdonami forme italiane poco consone alla lingua, resto sempre un informatico ;) ) per dire che dal momento che la stragrande maggioranza delle persone fa un uso molto personale ed autentico di queste piattaforme sociali tutti i profili “falsi” e “imbellettanti” sono destinati ad essere una minoranza ma sorpratutto ad essere facilmente riconoscibili.

    Più o meno credo di aver detto la mia, aspetto una controrisposta…. e grazie mille del tuo contributo!

  • http://twitter.com/ilmirons Andrea Mirone

    Attenzione, non confondiamo le cose: sono d’accordissimo sul fatto che siamo ancora in una fase in cui questi mezzi devono essere pienamente compresi e, soprattutto, deve nascere ancora un senso comune preciso di cosa è opportuno fare o non fare sui social network (ad es. quando accettare o rifiutare un’amicizia su facebook). D’accordissimo anche sul fatto che ci si evolve sempre più verso la pubblicazione di dati reali e personali: la gente ci mette la faccia, non c’è dubbio (anche la mia è ben visibile su facebook).

    Il filtro “imbellettante” posto a monte del mezzo, ovvero nella persona che pubblica il suo profilo su un social è meno radicale di come tu sembri averlo inteso, ma, in misure diverse, secondo me sempre presente; tenterò ora di riformularlo con un’analogia: tendiamo a presentarci sui social network come ci presenteremmo a un colloquio di assunzione. Senza mentire, presentando noi stessi, ma tentando contemporaneamente di mettere in luce il nostro lato migliore. E questo non lo ritengo assolutamente un male o una cosa fatta a scopo di dolo, anzi! E’ una cosa del tutto automatica: andando a scrivere qualcosa che qualcuno leggerà tento di scrivere qualcosa di interessante (o che io personalmente ho interesse a comunicare, penso ad es. a una mia qualche vicissitudine su cui faccio riferimento su facebook).
    Ciò che è interessante lo seleziono secondo il mio gusto che, bene o male, non si discosta da quello dei miei contatti: il mio profilo mi appartiene e mi corrisponde, ma presuppone già una scrematura rispetto al mio io “integrale”. D’altra parte comunico con un certo pubblico (persone che hanno una certa dimestichezza con l’uso del computer, fanno ampio uso di social network, tipicamente si interessano di tecnologia e comunicazione su Twitter. ) e attraverso uno specifico mezzo: ovvio che ciò che comunico e come lo comunico non possono prescindere da questo (qui penso che siamo d’accordo: magari possiamo cambiare la parola “filtro” in qualcos’altro, ma in sostanza credo che ci siamo). E la mia personalità sul web è dedotta esclusivamente da questo: ciò che comunico. E, per dire, ciò che comunico su Facebook ha già un taglio diverso da ciò che pubblico su Twitter, perché i destinatari sono diversi e i mezzi sono diversi, per quanto simili. Da cui le due tesi:
    1) la mia personalità su internet è (gran parte, ma solo) parte della mia personalità.
    2) una persona (o meglio un gruppo di persone) intenzionato a farlo e con una certa perizia, scrivendo le cose giuste può creare un fake ad arte, anche perché, come tu stesso dicevi, la gente si fida di ciò che viene scritto sui social network.

    Un aspetto molto interessante e che meriterebbe une riflessione approfondita, è un altro che hai accennato: non siamo gli unici elementi di definizione della nostra identità: i nostri contatti hanno un ruolo fondamentale nel definire chi siamo in rete: attraverso ciò che dicono di noi, attraverso come interagiamo, attraverso il semplice fatto di essere nostri contatti: questo è il vero fattore cruciale, difficilmente falsificabile ed estremamente informativo (e a quanto pare anche Stone e soci se ne sono resi conto dal momento che appena acquisiamo un follower si premurano di segnalarci i contatti comuni). Ma di questo magari ne riparliamo un’altra volta ;)

  • http://giulianoiacobelli.com Giuliano Iacobelli

    Si quello che dici tu lo condivido. Io ci tenevo a sottolineare che questo nuovo modo di socializzare ha portato cambiamenti più o meno forti in diversi aspetti della nostra vita privata e professionale ma non è necessariamente un pericolo. Citando l’intervento sottostante di Andrea “i media del web non sono degli strumenti che possono semplificare enormemente il lavoro dei malintenzionati” e che bisognerebbe prima di tutto promuoverne i pregi piuttosto che mettere in luce solamente i potenziali pericoli.
    Il digital divide deve essere eliminato anche a livello culturale, non solo in termini di infrastruttura, e quello che fa il nostro Ministero con quello spot di certo non aiuta.

    Grazie per aver riportato il tuo intervento anche qui! a presto!
    Giuliano

  • http://www.facebook.com/alwonttell Al Wonttell

    Io la vedo in modo diverso, prima la vita di una persona era fatta di microcosmi separati, c’era il lavoro, gli amici del calcetto, i parenti della mia ragazza, etc… mondi che potevano incontrarsi “di sfuggita”, ma raramente si integravano. Adesso questi mondi si incontrano e integrano in una pagina di social network, ragione per cui la rappresentazione di me su quella pagina, sara’ piu’ completa di quella che potranno avere le persone che mi vedono solo al lavoro o solo in palestra. E’ vero che non possiamo sentire il tono della voce, non possiamo vedere lo sguardo, e che questi segni sono importanti, ma ,come anche tu noti, abbiamo guadagnato informazioni altrettanto importanti. In 2 minuti sulla tua pagina facebook posso vedere le tue foto, sapere cosa pensi, dove lavori, che musica ti piace, cosa leggi… ma soprattutto posso sapere cosa dicono gli altri di te. Poi quelli che fanno finta di essere cio’ che non sono, i truffatori, sono sempre esistiti, pero’ prima un truffatore doveva ingannare una persona alla volta adesso devi ingannare tutto il network contemporaneamente, e secondo me e’ molto piu’ difficile. La soluzione cmq e’ sempre la stessa: imparare a riconoscere chi si ha di fronte, sono solo cambiati gli indicatori. Prima lo dovevi fare dalla voce, dai gesti, in quel poco tempo in cui l’avevi davanti, adesso puoi guardare a quello che ha fatto negli ultimi mesi e cosa dicono gli altri.

  • http://twitter.com/jul_x Paolo Ratto

    Ciao Giuliano! Complimenti per l’articolo. Condivido totalmente ciò che scrivi.
    Sono partito dal tuo invito a intervenire e ho scritto un post di commento (http://bit.ly/fTdInI).
    I punti che mi premono di più sono:
    - la scomparsa di identità reale e digitale separate,
    - la convergenza nei social network e gli effetti che ha avuto nella ridefinizione dell’identità,
    - la creazione di network che da professionali diventano personali…

    Mi piacerebbe avere un tuo feedback.

    Grazie e che… la conversazione continui!

  • http://giulianoiacobelli.com Giuliano Iacobelli

    Ciao Paolo grazie mille dei complimenti, sono sempre graditi :)
    ho provveduto a risponderti direttamente sul tuo articolo!

    a presto!
    Giuliano

  • http://twitter.com/ilmirons Andrea Mirone

    La rappresentazione di me online sarà coerente con ciò che sono, sicuramente diversa da quella che ci si può fare dal vivo in quanto composta da più pezzi di cui non sono l’unico autore (e più in generale da materiale diverso da ciò che si può raccogliere da un incontro reale), più o meno completa è relativo (completa rispetto a cosa?). Il problema della completezza dell’identità su internet penso sia tutto in questa domanda, la cui risposta è forse più un fatto di opinione che non di sostanza: bastano gli elementi che per noi è ok pubblicare a definire chi siamo? La risposta a questa domanda per me è no: posso dire molto, ma non posso dire tutto. Ciò che vedo e che si sta formando a poco a poco un’idea condivisa su cosa non si pubblica. Parlo della mia esperienza, ciascuno poi potrà confrontarla con la sua e magari aggiungere dati che a me sono sfuggiti o confermare. Qualche esempio: la situazione sentimentale su facebook: nei miei contatti c’è stata una parabola: prima si pubblicava poco, poi molti pubblicavano, adesso non la pubblica più quasi nessuno, e tra i pochi che la pubblicano ancor meno specificano chi sia il partner. La famiglia e i rapporti con essa sembrano in generale essere la componente maggiormente scremata dalla vita online. Quanti di voi hanno come contatto i propri genitori su qualche social network? Quanti, avendoli come contatti, dichiarano il grado di parentela? Quanti il credo religioso? Non sono questi elementi importanti dell’identità?

    Di queste cose, secondo me, alcune non si pubblicano perché potrebbero scatenare pregiudizi spiacevoli (penso ad esempio al credo religioso: si dichiara cattolico=>è un papista bigotto), altre perché le riteniamo troppo private, altre troppo poco interessanti. In ogni caso filtriamo ;)
    A questo punto passo la palla. Aggiungo solo che persone che seguo da 2 anni su Twitter non direi di conoscerle da 2 anni. Voi lo fareste?

    P.S. non mi scandalizzo se qualcuno risponde sì, anzi… …a questo punto sarei curioso di lanciare un sondaggio allargato sul tema (magari sono io anacronistico) :)

  • ALessandro Prunesti

    Ciao Giuliano,sinceri complimenti per il tuo splendido, autorevole ed appassionato post.
    Hai centrato in pieno la rappresentazione che i media fanno dei social network: luoghi pericolosi, infestati da personaggi misteriosi e maleintenzionati, dove i minorenni sono facili prede di qualunque pericolo.
    Penso che la Rete si stia configurando sempre di più come il mondo reale: la nostra identità reale si fonde con quella digitale, trasformandosi in una unica entità, senz’altro tangibile.
    Esisono certamente dei pericoli in Rete: il ruolo della famiglia, della scuola e delle istituzioni pubbliche deve essere nuovamente valorizzato: ben vengano iniziative come quella promossa, più di un anno fa, dal garante della privacy, che creò un vadevecum sull’utilizzo consapevole dei social network, replicato poi anche da altre istituzioni europee.

    E’ vero, Giuliano, che la nostra identità online è sempre più spesso la nostra vera identità. Per me e per moltre altre persone che conosco è già così. Le aziende, così come i media mainstream (tv e stampa in primis) devono prendere atto che il social networking costituisce il nuovo modo di socializzare e vivere la realtà. I nativi digitali hanno maturato questo tipo di approccio nella gestione delle relazioni interpersonali. Tutti noi stiamo diventando crossmediali, maggiormente stimolati ad una lettura selettiva delle informazioni. Possiamo creare e condividere informazioni e contenuti; la coda lunga può ormai sostituirsi alla tv. La radio, paradossalmente, è il media che più sta facendo propria l’essenza della Rete.

    I social media offrono molte più opportunità che pericoli. Sta a noi usarli – e farli utilizzare – in maniera consapevole, responsabile e costruttiva. Abbiamo una nuova responsabilità: credo che per molti di noi sia una sfida entusiasmante…

  • http://giulianoiacobelli.com Giuliano Iacobelli

    Ciao Alessandro!

    mi fa piacere ritrovare un tuo commento sul blog! Speriamo che un pochino alla volta maturi il modo in cui questi strumenti di comunicazione vengono percepiti dal grande pubblico e che se ne vedano innanzitutto i pregi ed i vantaggi piuttosto che le remote minacce..

    L’identità online è sempre più spesso la nostra identità vera e propria. Di recente leggevo articoli che vociferavano addirittura di Facebook potrebbe diventare uno strumento valido per verificare l’identità di una persona, pensa che in California sta per passare una legge (o addirittura è già passata) per la quale è proibito creare account di Facebook falsi!!

    a presto e grazie del tuo contributo! :)
    Giuliano