L’Apocalisse di internet e la Fenomenologia dell’ignoranza digitale

Bene, se stai leggendo questo post vuol dire che sei tra i “fortunati” a cui non si è fermato internet stamattina e che sei salvo dall’ “Apocalisse” del malware DNS Changer. Scherzo ovviamente. La citazione è d’obbligo però visto che un fatto accaduto in questi ultimi due giorni ha messo in evidenza per l’ennesima i delicati aspetti della comunicazione di informazioni incontrollate online.

Sabato 7 la Repubblica se ne esce con un articolo che titolava (badate bene all’uso del passato perchè dopo che sono stati bacchettati l’hanno prontamente cambiato) “Internet oscurato da un virus – lunedì il rischio Apocalisse“, in cui si allarmava gli utenti del web che sarebbero stati colpiti da un malware che gli avrebbe impedito di visitare qualsiasi sito web. Niente di più ridicolo ovviamente, spiegato in poche righe: un vecchio malware agiva sull’impostazione dei DNS dei pc infetti impedendogli di navigare, come se vi cambiassero i numeri delle pagine dell’indice di un libro, senza il numero di pagina esatto avreste difficolta a trovare il paragrafo che vi interessa. L’FBI ci aveva messo una toppa così anche se eravate infetti non ve ne accorgevate e oggi questa toppa viene rimossa quindi se avete ancora il virus riavrete problemi a navigare. Paolo Attivissimo ve la racconta meglio nel suo post.

L’articolo di “La Repubblica” ha fatto il giro del web per via degli utenti terrorizzati dalla notizia, reazione legittima, visto che non viviamo in un mondo di informatici. Il problema è proprio qui, chi fa informazione o spera di farla nel caso specifico deve rendersi conto che ha una responsabilità enorme soprattutto al giorno d’oggi con la facilità con cui si propagano le informazioni e il poco controllo che vi è su di esse.

I modelli editoriali tradizionali stanno battendo gli ultimi colpi di coda e cercando di arrangiarsi come possono in un luogo che gli ha sconvolto il mondo in cui vivevano tranquilli. I giornali online puntano ad ingurgitare piu page view che possono e quindi il titolo d’effetto diventa il migliore alleato per attirare l’attenzione degli utenti vittime dell’overload informativo in cui si trovano, ma questo va inevitabilmente a discapito della notizia. Ogni giorno online assistiamo alla continua corsa di giornalisti e titolisti alla produzione di contenuti d’effetto che ormai troppo spesso rischiano di scadere in castronerie pazzesche che scatenano il panico degli utenti o in annunci sensazionali completamente privi di un minimo di attendibilità.

Quello che le declinazioni digitali dei giornali devono sbrigarsi a capire è che il luogo in cui si muovono non si comporta secondo le regole fin’ora a loro note e che questo rischia di peggiorare ancora di piu le loro condizioni.

Federico Badaloni (@fedebadaloni), Information Architect del Gruppo Editoriale l’Espresso, Divisone Digitale ha tenuto un eccellente speech in cui parla della Fenomenologia dell’ignoranza digitale di cui riporto e riassumo alcuni passaggi che descrivono le condizioni attuali della comunicazione reticolare del web.

Innanzitutto cos’è internet (repetita iuvant):

  • Internet è un luogo e non un mezzo, è un posto al pari di una piazza o una scuola.
  • Internet è pervasivo, la realta fisica che viviamo ogni giorno è porosa e viene permeata dalla realta digitale. Fino a qualche tempo fa si poteva parlare di un ecosistema digitale ma questo oggi non ha più senso, c’è un unico luogo dell’esistenza che è fisico e reale insieme. Bisogna fare in modo che la comunicazione possa determinarsi in contesti diversi, su piattaforme diverse, in contesti diversi per persone diverse.
  • Internet è un luogo in cui i limiti spazio/ temporali non possono essere usati come nel mondo fisico, in un giornale il limite fisico della pagina viene usato come postulato narrativo, come in una scaletta di un telegiornale. Un postulato intende che tutto quello che non entra in una pagina o in un telegiornale lo si può assume come informazione non rilevante. Da questo postulato della finitezza (intesa concretamente in relazione alla dimensione spazio/temporale) discende che le cose sono hanno anche un ordine temporale e spaziale, che quello che viene ha senso rispetto a quello che viene prima. Tutte queste cose vanno dimenticate, lo spazio e il tempo esistono su web, ma hanno una forma diversa, si può raccontare una cosa anche usando una forma non lineare.
  • Internet è una rete di persone non di documenti.

Questi punti ridefiniscono il contesto della comunicazione soprattutto da un punto di visto etico. La struttura reticolare pone un accento su alcuni aspetti della comunicazione e non su altri, e sottolinea alcune delle nostre caratteristiche antropologiche piuttosto che altre.

E come ci si dovrebbe comportare in questo ambiente? Innanzitutto “essere” e non “farci”, su Internet le bugie si smascherano in un tweet. Fare finta di essere qualcuno che non si è, è un boomerang dal punto di vista della comunicazione che prima o poi si sconta.

Lasciarsi cambiare, perchè una rete di persone è una infrastruttura di dialogo. Ogni utilizzo del tuo sito è una conversazione lanciata da un utente, chi non è disposto a dialogare non è disposto ad ascoltare e quindi non è disposto a cambiare. E per sua natura, la rete stessa tende a marginalizzare i propri nodi non dialoganti. Un semplice esempio è il fatto che a parità di contenuti un motore come quello di Google favorisca quello che ha più link. Un articolo con link genera relazioni di senso con altri nodi, è strutturalmente un nodo dialogante.

Testimoniare e non rappresentare: con Internet lasciamo continuamente una scia permanente della nostra presenza. Ogni singolo contenuto è un punto sull’ asse del tempo permanente di internet e chiunque può connettere questi punti, non solo chi li ha prodotti. Per questo motivo chiunque può trovare percorsi di senso, analogie correlazioni con ciò che abbiamo fatto oniline. La cosa può preoccuparci? Bhè dipende da chi siamo e da che facciamo.

Infine scambiare fiducia. Questo è l’aspetto più importante di cui preoccuparsi, soprattutto per i prodotti editoriali online. Nel mondo analogico si era abituati a contendersi l’attenzione, e non poteva essere diversamente in un mondo fisico in cui la comunicazione avviene in un contesto in cui le cose ci vengono dette in fila. Comprare l’attenzione voleva dire prendere un frammento più grande possibile del tempo (vedi la pubblicità in un film) o dello spazio (una pagina di un giornale) in cui l’informazione e il contenuto viveva. Un compito “facile” in un mondo in cui le informazioni sono un insieme finito e c’è un solo modo per ottenerle, ma in un mondo dove spazio e tempo sono infiniti e in cui ognuno può prendersi lo spazio e il tempo che desidera (ognuno oggi puo avere un blog con minimo sforzo) non ha più senso contendersi l’attenzione.

In questo luogo in cui tutti possono pubblicare, modificare e copiare contenuti si genera però un forte rumore di fondo, un sovraccarico di informazioni da cui è difficile districarsi ma il cui antidoto sta emergendo in modo totalmente naturale. Questo antidoto è la fiducia nelle fonti. Abbattere l’eccesso di informazioni in base alla fiducia che queste fonti hanno dimostrato di meritare. Lo facciamo tutti i giorni quando scegliamo chi seguire su Twitter o quando aggiungiamo una fonte al nostro lettore di feed RSS.

In un ambiente che ha rivoluzionate le logiche di cui vive l’informazione e i luoghi in cui si muove bisogna necessariamente rivoluzionare anche l’approccio. Abbandonare quindi la domanda “Come posso fare per attirare le tua attenzione?” e sostituirla con “Come posso fare per meritare la tua fiducia?”

Cari giornali online, fate tesoro di queste parole prima che sia troppo tardi e guardatevi lo speech di Federico.

  • Alessandro Nadalin

    Ok, ma la Repubblica ed Espresso sono marito e moglie? Quindi perche un information architect predica bene ma razzola male?

  • http://giulianoiacobelli.com Giuliano Iacobelli

    Si è decisamente un assurdità Kafkiana. Me lo faceva notare il nostro amico Daniele T. quando mi ha segnalato l’intervento di Badaloni. Che non abbiano ancora integrato questa filosofia in tutto il gruppo editoriale? Credo sia tutt’altro che cosa da poco trasmettere questo punto di vista ai non addetti ai lavori…

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