Riots-in-Hackney-007

Le rivolte ai tempi dei SocialMedia parte 1: LondonRiots, Tunisia ed Egitto, aspettando la Cina.

#Londonriots.

Uno dei più recenti trending topic su Twitter in questi giorni, sinonimo di rivolte e disordini ma allo stesso tempo ennesima espressione delle incredibili potenzialità di unire le persone degli strumenti sociali online. E’ ben più che una tendenza o un momento di passaggio, le persone che si connettono (verbo più che mai significativo, dalla doppia valenza) sono sempre di più, in questi mesi la primavera araba ha messo tutti nella posizione di chiedersi quali effetti la tecnologia e i social media producano su comunità unite da un obiettivo comune.

È Twitter è una delle principali risorse online per tenersi aggiornati su quanto accade nel mondo ed ha svolto un ruolo fondamentale nelle proteste che hanno scosso il mondo arabo e il Medio Oriente. Prima in occasione dei primi focolai scoppiati in Egitto e in Tunisia, poi si è rivelata una fonte di informazione anche per seguire l’evolversi degli scontri e delle rivolte che hanno e stanno tutt’ora infiammando la Libia e che si sono manifestate anche in Algeria, Marocco e Yemen.

Non c’è dittatura che tenga: il messaggio abbatte la censura, aggira filtri e blocchi, ispira proteste e sostengono la ribellione di popoli oppressi dai despoti più agguerriti. Come per l’Egitto, per la Tunisia, per l’Iran e così per la Libia, con le dovute differenze, il fattore comune è unico. La protesta può arrivare ovunque anche dove non è consentito comunicare.

Contro lo status quo

L’effetto domino è un buon mezzo per capire le varie situazioni di proteste popolari in giro per il mondo nel Medio-Oriente, nel Maghreb e a Londra ma va sottolineato che è lo status quo dei singoli paesi ad aver creato i presupposti per i disordini a cui abbiamo assistito:

  • In Tunisia le proteste si sono accese per via della delocalizzazione della produzione che ha costretto il paese a sottostare agli approvvigionamenti dei beni primari da parte dei paesi nord occidentali che hanno imposto tariffe che hanno soffocato il popolo tunisino.
  • In Egitto ed in Libia invece, la natura della rivolta è simbolica ed è legata più all’opposizione ai regimi rispettivamente di Mubarak e di Gheddafi
  • l’Iran, paese a cultura persiana e di religione islamica, quindi profondamente diverso dai primi, la rivolta del pane ha rappresentato un modo per unirsi e identificarsi nell’ideale di libertà e lotta alle varie forme di regime.
  • A Londra la morte di un ragazzo nero fermato dalla polizia sembra essere stato il pretesto per poter sfogare la rabbia da parte delle persone esasperate dalle condizioni in cui sono costrette a vivere per via della crisi e dal disagio sociale delle periferie che si è poi allargato a macchia d’olio in tutta la città trasformandola in un campo di battaglia per cinque giorni.

Durante le rivolte inglesi le forze dell’ordine hanno minacciato severamente chiunque su Twitter avesse inviato messaggi che incitassero a sostenere la rivolta popolare e a scendere per le strade ma non credo sarebbe cambiato molto senza. Basti pensare alla rivolta delle banlieue di circa sei anni fa, iniziate il 27 ottobre 2005 ed inizialmente circoscritte ad un piccolo comune, si sono poi estese a livello nazionale ad altre città della Francia come Rennes, Évreux, Rouen, Lilla, Valenciennes, Amiens, Dijon, Tolosa, Pau, Marsiglia e Nizza.
Spero non vi sorprendiate se vi ricordo che all’epoca Twitter non era ancora nato e Facebook era un network ancora chiuso e quindi disponibile ai soli studenti americani.

I SocialMedia non sono la causa

David Rieff, columnist dell’internazionale, ha fatto delle interessanti considerazioni che mi sento di condividere e con cui concordo:

Se le tecnologie dell’informazione non fossero l’idolo dei nostri tempi, nessuna persona sensata potrebbe mai credere che la rivoluzione nordafricana sia avvenuta grazie ai social network. Siamo di fronte alla stessa idea utopistica che fece prevedere a Marx la liberazione degli indiani dal sistema delle caste grazie alla rivoluzione delle comunicazioni prodotta dalle ferrovie dell’impero britannico. Non voglio certo dire che i social network non contano, anzi: contano molto.
Però non sono l’incarnazione della libertà né affrettano l’arrivo di chissà quale stadio paradisiaco della storia umana. Se l’insurrezione tunisina ha avuto una causa scatenante, bisognerebbe cercarla in un gesto politico tutt’altro che virtuale. Parlo della decisione di Mohamed Bouazizi – un ambulante di Sidi Bouzid, una cittadina della Tunisia centrale – di darsi fuoco per protestare contro la polizia che gli aveva sequestrato il carrettino e i prodotti che tentava di vendere, e più in generale contro la brutalità della polizia, la disoccupazione, la miseria e la mancanza di opportunità. È stato il suo gesto a scatenare le prime manifestazioni antigovernative in Tunisia, imitato da varie altre persone che si sono immolate un po’ dappertutto dall’Egitto alla Mauritania.
Ma nella narrazione dei ciberutopisti, i gesti di auto-immolazione non trovano posto: sono troppo lontani dalla mentalità di noi occidentali. Invece Twitter e Facebook sono considerati indispensabili per il nostro stile di vita.

Non va fatto dunque il grave errore di considerare i socialmedia causa delle rivolte, i motivi delle proteste sono diversi tra loro e ben radicati nel contesto sociale di riferimento, ma i protagonisti delle insurrezioni popolari sono più interconnessi tra loro, si sentono più uniti tra loro anche senza essere fisicamente fianco al fianco. Dice l’ ex segretario al Tesoro di Bill Clinton: “Metà della popolazione del pianeta oggi ha meno di 25 anni. E sono i più interconnessi attraverso le tecnologie digitali, i siti sociali, Facebook e Twitter. Sono anche la fascia della popolazione che, dalla Spagna al Medio Oriente, soffre tassi di disoccupazione fino al 40%, il doppio degli adulti. Quante altre situazioni analoghe alla Tunisia vedremo esplodere?”
Ed è qui che bisognerebbe rallentare con le conclusioni troppo facili perchè sono molte le parole spese sul potenziale di emancipazione di Twitter & Co. di fronte ai quali le dittature del pianeta sembrerebbero impotenti. I media tradizionali hanno dedicato moltissimi servizi a ciò che si leggeva sui blog e che passava su Twitter con le relative contromisure di censura e chiusura dell’ accesso ad internet via via che le manifestazioni si intensificavano, “Come se il mezzo fosse davvero il messaggio, e come se l’accesso alla rivoluzione senza internet fosse bloccato” Marshall McLuhan

E’ bene avere una panoramica completa dei fatti per capire quanto è accaduto in Medio-oriente e più recentemente a Londra , non è per via dei SocialMedia che avvengono le rivolte e i disordini, ma per via dello status quo, i socialmedia esercitano il ruolo di diffusori di informazioni in modo molto più efficiente e veloce di qualsiasi altro strumento attualmente a disposizione, dando voce alle comunità e accelerando i processi di insurrezione.

Toccherà anche alla Cina?

Lo sa bene il governo cinese controlla quasi totalmente il flusso di informazioni che circola nel paese, Pechino monitora costantemente l’attività degli oltre 450 milioni di utenti internet cinesi per evitare qualsiasi tipo di organizzazione di dissidenti. Il web cinese è quindi ripulito quasi totalmente da qualsiasi forma di materiale che possa criticare le delicate tematiche dei diritti umani nel paese, ciò nonostante ha di recente mostrato meno fermezza del solito nell’agire contro il malcontento popolare in una recentissima situazione che svela in modo molto chiaro il timore nei confronti di un fenomeno che può sfuggire di mano ad una velocità incontrollabile. Ma questo episodio merita di essere trattato in modo a sè stante sul prossimo post.