Social Media Week topic: Attivismo online e il potere della rete

Cause e attivismo online, quante sono le petizioni che avete supportato con un paio di semplici click? Credo che ognuno di voi che sta leggendo in questo momento quest’articolo si è trovato almeno una volta di fronte iniziative di manifestazioni di natura politica e non. In quest’ultimo periodo, i disordini che hanno avuto luogo in Tunisia e in Egitto hanno rifatto porre molte domande sul concreto impatto che l’aggregazione delle persone sul web riesce ad avere nel mondo reale.

C’è che sostiene che Twitter abbia svolto un ruolo fondamentale nelle ultime dimostranze in Egitto e chi invece rimane più scettico. Probabilmente la vera e propria scintilla che ha fatto scoppiare le rivolte nella terra dei faraoni è stata la frustrazione e l’oppressione a lungo termine di un intero popolo ma è anche chiaro che i social media abbiano svolto un ruolo chiave nel dare voce alla gente e ad aiutare le organizzazioni a pianificare le loro proteste.

Più volte sulla rete ci si è chiesti se il diffondersi di appelli e petizioni digitali corrispondano ad un vero impegno nel tentativo di cambiare le cose e se quindi il così chiamato clicktivism (l’attivismo digitale a base di click) sia uno strumento con il potere di far muovere qualcosa.
A sentire molti critici questa è una forma di degradazione della partecipazione civile, Micah White sulle pagine del Guardian ha mostrato il suo scetticismo in merito alle numerose campagne inefficaci ed illusorie: “Promuovendo la falsa speranza che navigare su Internet possa bastare per cambiare il mondo, il clicktivism sta all’attivismo come il McDonald’s sta a un pasto cucinato con cura: può sembrare cibo, ma gli ingredienti nutritivi più vitali si sono persi da tempo“.
Il pericolo secondo White è che la democrazia del click rischia di prendere il posto all’attivismo dei movimenti di piazza e che per quanto consistente sia l’aggregazione in rete, il suo peso politico è pressochè nullo.

Internet ha certamente contriibuito alla diffusione di informazioni e notizie di grande rilevanza che un tempo sarebbero state ignorate, ma questo spostamento online della aggregazione delle persone spesso rischia di perdere il suo vero obiettivo sostituendo le campagne consistenti intrise di impegno politico con delle logiche pubblicitarie che hanno come risultato finale il progressivo diffondersi del disinteresse politico.

E’ qui che entra in gioco un altro brillante neologismo di origine anglosassone, lo slacktivism (attivismo dei fannulloni) che tanto piacerebbe al nostro ministro Brunetta, che rappresenta quella categoria di attivisti che vogliono rendersi, sentirsi (o mostrarsi) utili senza alzarsi dalla sedia.

La Social Media Week di Roma si avvicina e tra gli eventi di apertura, Lunedì 7 Febbraio c’è un interessante panel dedicato che ha come tema l’attivismo online, l’evento si chiama Take Action! Online engagement and the power to change the world e avrà luogo dalle 11:30 alle 13:30, potete registrarvi su EventBrite.
Questi sono solo alcuni spunti e considerazioni che verranno approfonditi durante l’evento insieme all’analisi di alcuni casi di iniziative online che si sono fatte sentire. Ci vediamo li?

  • Anonymous

    Attivismo e social media week è un abbinamento che non mi piace molto a dire la verità: uno è un evento marchetta, mentre l’attivismo, quello vero, è qualcosa che non ha a che fare con la marchetta. Anzi. E’ quello che grazie agli strumenti informatici, alla tecnologia e alla rete, permette di condividere, discutere e diffondere conoscenza in modo più trasparente e senza interessi economici. Parlo dell’attivismo con la Hack davanti: hacktivism. Ne ho parlato poco tempo fa su Pensiero Democratico http://www.pensierodemocratico.it/2011/01/hacktivism-partecipare-al-cambiamento/.

    Comunque si, ci vediamo lì, anche perchè il 10 abbiamo l’evento Indigeni + GGD ;)

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