Prima la cultura, poi parliamo di innovazione e startup.

Attenzione: quella che stai per leggere è una digressione dalle consuete tematiche digitali.

L’essere costantemente immerso e circondato da persone che parlano la tua stessa lingua e condividono i tuoi interessi e rischia di farti perdere un po la percezione di quello che è il mondo che effettivamente ti circonda.

Qualche anno fa durante una breve corsa in taxi, scambiai poche parole con un anziano tassista che mi fece un ritratto tristemente realistico del popolo italiano. Mi disse: “Saprebbe descrivere un italiano medio usando con le cose che dice più spesso?“, decisamente incuriosito risposi con un secco no e la sua risposta non si fece attendere più di mezzo secondo: “Dice solo: Che me frega a me? Io che ci guadagno? E che è un problema mio?” . Una sintesi che mi lasciò con ben poche parole. Maledettamente vero.

Oggi, partecipare ad un’assemblea di condominio mi ha fatto arrivare a pensare che ci sia un numero non trascurabile di cittadini italiani che non credo meriti il diritto di voto. Inconfutabilmente non hanno gli strumenti per poter anche solo provare a capire le dinamiche socio-economiche di un paese al pari di un minorenne. Persone che si urlando addosso accanitamente, usando un’incomprensibile para-italiano, di questioni facilmente gestibili con un po di educazione e un minimo di senso civico. Qualsiasi forma di dialogo impossibilitato dall’ incapacità, o peggio, dalla mancanza di volontà di ascoltare le argomentazioni di chi sta parlando unita all’arroganza di sapere già tutto quello che c’è da sapere.

L’unica preoccupazione che ha questo tipo di persona è che il proprio microcosmo non venga minato. Lo difende con i denti contro tutto e tutti senza sentire ragioni guidato da un atteggiamento riassumibile in “quello che è mio è mio”, e pronto a rivendicare un pezzo nuovo qual’ora si presenti la possibilità anche se non si è mai avvertita minima esigenza, e in molti casi, non ne ha neanche bisogno. Vogliono solo far girare il loro piccolo mondo di certezze per il terrore di doverne capire ed imparare di nuove.

Nel campione randomico in analisi dei soggetti incontrati oggi quasi il 50% era appartenente alla categoria suddetta. E’ sbagliato generalizzare ma se volessi riportare in scala nazionale con una sensibile approssimazione per difetto la popolazione incontrata oggi, potremmo dire che dei circa 50 milioni di italiani maggiorenni almeno 18 milioni rientrano nell’identikit del tassista.

Se una fetta così rilevante del tessuto sociale del paese è così composta, ci possiamo raccontare tutte le storie che vogliamo, creare le rainforest che ci pare e far salire il ministro Passera a bordo di tutte le navi delle startup del paese senza riuscire a cambiare nulla di questo paese. Uno sviluppo organico e strutturale del paese non ci può essere senza maggiore fiducia, onestà e soprattutto cultura.

Niente cultura, niente sviluppo. Dove per “cultura” si intende una concezione allargata che implica educazione, istruzione, ricerca scientifica, conoscenza. E per “sviluppo” non una nozione meramente economica.
Se vogliamo davvero ritornare a crescere dobbiamo pensare a un’ottica di medio-lungo periodo in cui lo sviluppo passi obbligatoriamente per la valorizzazione dei saperi, delle culture, puntando in questo modo sulla capacità di guidare il cambiamento. La cultura e la ricerca innescano l’innovazione, e dunque creano occupazione, producono progresso e sviluppo.

Una cultura del merito deve attraversare tutte le fasi educative, formando i nuovi cittadini all’accettazione di precise regole per la valutazione del lavoro svolto. È una condizione per il futuro di tutti. Sono i dati a dirlo. Nei paesi in cui c’è maggiore cultura e fiducia nell’onestà dei propri concittadini le imprese sono più grandi.

Recuperiamo la cultura, poi parliamo di innovazione e startup.

Fine della digressione. Spero di sbagliarmi su tutto e aver scritto un mare di idiozie.

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About Giuliano

An entrepreneur and software engineer who loves internet products. PR and Influencer by nature. Part-time professor. 8 years of experience in project management and software development. I had the opportunity to delve into several specialties: project management, product management, customer development and online communication. I'm now 24/7 committed on Stamplay, a startup I co-founded that will be a life changer for every web designer on earth.

  • http://twitter.com/prunesti Alessandro Prunesti

    Bell’articolo, concordo in
    pieno. Pensa alla gravità del fatto che l’educazione civica già da anni è
    stata eliminata dai programmi scolastici. E chi ha cultura dovrà
    faticare il doppio per tenere a galla chi non ce l’ha.

  • http://www.geektrends.it Giuseppe D’Elia

    Sostanzialmente mi spiace dirlo, ma non ti sbagli.
    Ma è ancora peggiore pensare che la situazione non è sfuggita di mano, ma è stata probabilmente indotta. Chi è su è felicemente interessato ad aver un popolo di ignoranti, riesce ad ingrassare meglio. Ma tornando a noi, purtroppo hai ragione, è tutto vero.

  • Patrizia Polito

    Eh già. Hai centrato il punto. Cultura, educazione, senso di responsabilità: parole, ma soprattutto modi di essere, ormai abbandonati e considerati una seccatura che impedisce il raggiungimento del proprio piccolo tornaconto. Tranne poi lamentarsi quando la situazione generale precipita: la lamentatio, infatti, è una delle attività in cui meglio si esprime il popolo della penisola.
    C’è sempre qualcun altro che deve risolvere il nostro problema (lo stato, il comune, il governo, il vicino di casa) ma non viene mai in mente che ognuno di noi contribuisce alla costruzione o alla demolizione della società di cui facciamo parte. Troppo impegnativo, troppo oneroso. E ne vedrai delle belle quando diventerai genirore e i tuoi figli cominceranno a frequentare le scuole: allora capirai davvero da dove arrivano certi comportamenti. Perchè questi principi si imparano da piccoli (buona educazione non significa solo imparare a mangiare con la forchetta giusta, che comunque non guasta!) e quando un bambino di 5 anni ti chiede sbalordito:”perchè, in questa casa ci sono le regole? Nella mia no!”, ti si aprirà un mondo! E il discorso potrebbe continuare a lungo :-)

  • http://twitter.com/Ale_Donadio Alessandro Donadio

    Giuliano, bella riflessione. Condivisibile e non un luogo comune, ma una cruda realtà.
    Eppure io non concordo con la soluzione per invertire lo scenario. 
    Non credo proprio che faremo un passo avanti se aspettiamo che il background culturale sia favorevole. Inoltre mica basta qualche norma o qualche movimento alto a cambiare un sentito comune (la cultura in fondo è questo) fondato sulla mancanza di fiducia reciproca e sulla ricerca dell’utilità personale.
    Penso invece che di startup si debba parlare proprio adesso e con questa accezione. Potremmo cominciare a supportare, praticamente intendo, quelle esperienze che si sono fondate proprio sul trust sociale, e che magari su questo puntano per fare business. 
    Intendo dire che la cultura alta la si cambia attraverso esperienze di base che diventano virali nel sistema, che dicono: “guarda che si può fare anche così. E forse è pure meglio”.
    Alla coscienza sociale responsabile, rappresentata anche da chi ha il coraggio come te di fare divulgazione su questo tema importante, dobbiamo chiedere di scandagliare, cercare e soprattutto raccontare quelle esperienze. E alla politica chiederemo, tra i vari giri in barca, di premiare con magniloquenza queste esperienze, di farle diventare con ritualità anche forti elementi che la cultura deve assimilare come possibilità reali. 
    In questo senso credo che si possa giocare la partita dello sviluppo sociale prima che economico (o meglio insieme) di questo paese. 
    Non mi prendere per un entusiasta ingenuo, credo davvero che si possa fare. Partiamo dal basso, c’è un sacco di valore qui sotto….
    Alessandro.

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